Io non soffro il caldo e amo il mare e, dalla prima volta che ho messo piede ai Caraibi, quasi quindici anni fa, ho eletto il clima tropicale come ideale per me (c’è forse un po’ troppa umidità, ma tutto non si può avere!).
Di contro odio il freddo, la pioggia, il vento e la neve e vivendo a Milano (che non è Mosca, ma sa difendersi bene) passo circa nove mesi battendo i denti con le estremità gelate e lamentandomi in attesa dell’arrivo della mia temperatura ideale: 25 gradi.
Da un lato i vestiti a strati, sciarpe, cappotti, calzettoni, scarpe chiuse, guanti, che non sono mai abbastanza per ripararsi dal freddo. Dall’altro lato un solo sottilissimo strato, vestitini svolazzanti e cortissimi, sandali. Stop. Oppure costume e infradito. Tanta roba.

Però quest’anno abbiamo proprio esagerato. Tutti questi anticicloni a cui sono stati attribuiti nomi altisonanti sulla falsa riga degli uragani, hanno portato un clima che non è caldo, ma proprio inferno! E pure io, solitamente refrattaria ad ogni tipo di ventilazione artificiale mi trovo da settimane abbracciata a scambiare tenere effusioni con il ventilatore. Solo perchè non ho ancora il condizionatore a casa, altrimenti mi sarei appollaiata direttamente sopra allo split.

Dimenticavo di dire che ho sempre odiato la montagna. Sì, avete capito bene. La montagna mi ha sempre dato un senso di ansia e in inverno tutto quell’esubero di neve ha sempre avuto in me un effetto repellente come lo zampirone per le zanzare… no di più… come la criptonite per Superman.
In qualità di antisportiva per eccellenza, non posso nemmeno rapportarmi allo sci dove oltre alla fatica c’è pure da far fronte al freddo, alla neve e tutta quella massa di roba da indossare. Anche no, grazie!
Pure il solo camminare sulla neve per me, leggermente distratta e a volte maldestra, può costituire un pericolo (vorrei ricordare che un mese fa sono caduta da ferma, sul marciapede asciutto, in estate, procurandomi una distorsione alla caviglia), quindi perchè rischiare di farsi male?
Però nonostante questo, sono qui a confessare che il week end scorso ho iniziato un percorso di riappacificazione con la montagna, quanto meno in estate, in altezze non raggiunte dalla neve.

Essendo in ferie, non potendo andare in vacanza per motivi prettamente economici, ma volendo scappare dalla morsa del caldo per almeno un paio di giorni, ho finalmente deciso di farmi un week end in Valle d’Aosta dalla mia amica Flò. Ci conosciamo da circa otto anni e io non mi ero ancora degnata di farle visita per via della mia repulsione nei confronti della montagna e così ci siamo sempre viste a Milano da me.

Sabato 11 Agosto
Ho optato per il viaggio in treno nonostante il tragitto non proprio corto e indolore previsto da Trenitalia e alle 10.30 sono arrivata alla stazione di Aosta.
C’erano intorno ai 30 gradi, ma da subito ho notato che la temperatura alta e il sole a picco erano sopportabili grazie ad una piacevole ariettina. Roba che qui a Milano abbiamo dimenticato insieme all’abitudine di respirare.
Abbiamo iniziato facendo un giro nelle vie centrali di Aosta gremite di gente intenta a passeggiare, guardare le vetrine dei negozi delle griffes e (meglio) di prodotti tipici.

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Una particolarità che ho subito notato è stata la predominanza quasi assoluta di gerani rossi in ogni fioriera. Sarà che tra le mie fisse fotografiche ci sono finestre e balconi, quindi è stato facile accorgermene. Il colpo d’occhio con questa predominanza cromatica è molto bello.

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Camminando tra le viuzze del centro siamo arrivati all’Arco di Augusto, simbolo di Aosta.

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Piccola deviazione sulla strada del ritorno ed eccoci al Teatro Romano di Aosta, imponente e decisamente fotogenico!

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Il nostro giro a piedi si è concluso con una rapida visita Cattedrale di Aosta, dedicata a Santa Maria Assunta ed a San Giovanni Battista (in francese, Cathédrale Notre-Dame de l’Assomption et Saint-Jean Baptiste).
All’esterno risaltano le due torri campanarie (di cui ne ho fotografata solo una).

 

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…e la vecchia facciata ricca di decorazioni unita, attraverso un atrio, alla nuova e più recente dove predomina il bianco.

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(riporto quasi fedelmente le descrizioni della cattedrale da Wikipedia inserendo le mie foto nel testo)

Dopo aver dato uno sguardo alla facciata neoclassica (e riconosciuto su di essa le statue dei santi cari alla devozione aostana), merita soffermare l’attenzione sulla vecchia facciata rinascimentale all’interno dell’atrio, opera ritornata alla eloquenza delle sue forme e dei suoi colori dopo un recente restauro.

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La facciata colpisce l’attenzione del visitatore per la ricchezza della policromia e per l’abbinamento di affreschi, gruppi in terracotta ed un variegato repertorio decorativo di gusto tipicamente rinascimentale. L’intero programma iconografico e decorativo si dispone sapientemente nelle trame di una struttura architettonica formata da due alte colonne che inquadrano il portale centrale e la lunetta che lo sormonta; esse reggono un arco poggiante su una elegante trabeazione, sormontato a sua volta da un timpano.
Gli affreschi che impreziosiscono la facciata sono dedicati a tre episodi della vita della Vergine e dell’infanzia di Gesù; da destra a sinistra, in corrispondenza ai tre portali troviamo le scene della Annunciazione, della Natività (posta nella lunetta sopra il portale)…

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…e della Presentazione di Gesù al Tempio. Sopra la trabeazione, all’interno dell’arco, trova posto un gruppo plastico con figure a grandezza naturale che sembrano ispirati dalla tradizione piemontese e lombarda dei Sacri Monti: si tratta degli Apostoli che guardano attoniti verso l’Assunzione della Vergine.

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La raffigurazione dell’Assunzione si completa infatti con le figure, sempre in terracotta, della Vergine sorretta da due angeli che trovano posto nel timpano. Nel grandioso sottarco dell’atrio sono affrescati otto schiere di Angeli musicanti, pronti ad accogliere la Vergine (si ricordi che la cattedrale è dedicata a Maria Assunta). Il complesso programma decorativo si sviluppa ulteriormente attraverso quattro Busti di Profeti in terracotta (due nelle lunette sopra i portali laterali, due in altre lunette poste al di sopra delle finestre della facciata); si osservano poi sulla trabeazione i busti clipeati di San Giovanni Battista, San Grato e San Giocondo. La decorazione si completa con fasce a rosette nei sottarchi, formelle con candelabre e con testine di angelo, fasce con delfini ed altri elementi ispirati alla cultura delle grottesche.

Entrato nella cattedrale, il visitatore è subito colpito dalla presenza nella navata centrale del grande crocifisso in legno dipinto, sospeso in alto tra la volta ed il presbiterio.
Il crocifisso si staglia contro le volte a crociera della navata e del coro che con la loro forma leggermente ogivale e con la trama dei costoloni dipinti, segnano suggestivamente lo spazio della chiesa.

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All’inizio della navata destra s’incontra l’altare di Santa Lucia, con un affresco raffigurante una Madonna col Bambino e San Giovannino tra i santi Pietro,Giovanni evangelista, Caterina e Lucia (1526 circa), opera dello stesso pittore di educazione spanzottiana che ha realizzato anche gli affreschi della facciata rinascimentale.

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Completano l’interno delle bellissime vetrate, altri dipinti, la cripta, il coro e le sue opere d’arte, l’organo, il chiostro e il Museo del Tesoro della Cattedrale che per motivi di tempo non ho potuto vedere e fotografare.

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Dopo un pranzo a casa, nel pomeriggio ci siamo mossi verso Cervinia.
Sulla strada, breve sosta per ammirare dall’esterno il Castello di Fenis.

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Ci siamo poi rimessi in macchina e abbiamo imboccato la strada verso Cervinia.
Un percorso di gioia per me, con un susseguirsi di simpaticissime curve in salita e, neanche a dirlo, ho vissuto il mio solito momento da sfigata cittadina cagionevole colta dal mal d’auto. Così, onde evitare di vomitare anche il pranzo di Natale del 2000, a metà strada mi è stato gentilmente ceduto il posto davanti e ho proseguito il viaggio masticando chewin-gum.
A Cervinia la temperatura era già scesa a 20 gradi. Al sole si stava bene, ma all’ombra le maniche lunghe erano necessarie… (almeno per me!).

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Abbiamo fatto un giro in quella che credo sia la via principale di Cervinia. Una strada leggermente in salita con tanti negozietti ai lati. Per lo più negozi di abbigliamento invernale e da sci e altri pieni di prodotti tipici e souvenirs. Ho tentato di immaginarmi lo scenario invernale con la folla di figli di papà in settimana bianca, non che mancassero ora eh, ma sulla neve avrebbe ricreato lo scenario da cinepanettone! E mi ha strappato un sorriso pensare al Dogui e al suo “Lavoro-guadagno-pago-pretendo. Taaaaac!”.

Giusto il tempo di un aperitivo (Spritz per uno di noi!) in un onestissimo bar (che in confronto a Milano con la stessa spesa ci fai quasi una cena, in Sud Italia un pranzo di nozze!) e siamo tornati indietro.

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Di Cervinia ho amato i colori che in questa giornata di sole limpidissima erano ancora più accentuati, l’architettura della maggior parte degli hotel con facciate e balconi in legno che io avevo visto solo nei cartoni animati tipo Heidi e, ovviamente, l’imponente Monte Cervino che fa capolino in ogni angolo.

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Mi sono piaciuti un po’ meno i prezzi ingiustificati di negozi tipici e bar, ma è chiaro che si paga il contesto più che il prodotto o il servizio.
Si era fatta una certa e come si sa, l’aria di montagna stimola l’appetito (che poi a me fa lo stesso effetto anche il mare e la città), così ci siamo diretti a cena.
Vi dico solo che con la pancia felicemente piena e con alle spalle una giornata bella movimentata cominciata alle 5, l’unico dopo cena possibile è stato… il letto!

Domenica 12 Agosto
La giornata è cominciata dopo una bella dormita senza ventilatore alcuno. Ripeto. Senza bisogno di abbracciare un ventilatore mancofosseunuomoprestante… anzi, con lenzuolo e copertina!
Programma della mattinata: salire a Pila con la macchina per poi proseguire più in alto con la seggiovia.

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Ah. Ah. Ah. Ah. Quanto ridere!
In pratica si è verificato lo scenario del giorno precedente, quindi nonostante fossi già seduta davanti e imbottita di chewin-gum, nel mio stomaco si stava svolgendo una partita di rugby.
Non appena arrivati a Pila siamo stati accolti da un freschino pungente che mi ha costretta all’ennesimo metti e togli la felpa. Purtroppo la vista delle seggiovie e dell’altezza non hanno fatto altro che amplificare il mio imminente urto di vomito. Ho avuto pietà per la valle, così ho preferito non spargere i miei succhi gastrici dall’alto di una seggiovia e ho chiesto ai miei amici di cambiare programma.
Più tardi, a vomitino passato mi sono pentita di non essere salita su quell’aggeggio.
Sarà per la prossima volta.

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In alternativa, abbiamo fatto una bella passeggiata lungo un sentiero/bosco sino all’arrivo all’Eremo di San Grato (in francese, Ermitage de Saint-Grat), il patrono di Aosta, la cui statua che sovrasta la costruzione guarda in direzione del capoluogo della valle.

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Joy si è divertito (e stancato) tantissimo! Purtroppo non vede molta natura a Milano.

Quanto a me devo confessare alcuni “momenti fighetta” che, mio malgrado, mi inquadrano perfettamente come milanese doc:
  1. prima di giungere al sentiero alberato c’era da percorrere una stradina sterrata a precipizio da un lato. Qualche genio del posto ha deciso di irrigare, allagando letteralmente parte di questa stradina, creando in alcuni punti delle pozzanghere che coprivano praticamente l’intera superficie. Per andare avanti le possibilità erano tre: immergersi nella pozzanghera, passare nei bordi infangati a ridosso della montagna o fare un equilibrismo a rischio della vita nel margine prima dello strapiombo che era miracolosamente asciutto.
    Sprezzante del pericolo, io donnavventura per eccellenza, ho scelto la terza opzione, ma  solo per evitare che il fango potesse insozzare le suole delle mie immacolate sneakers. Quanto odio le scarpe sporche!
  2. Circa a metà del sentiero alberato ho manifestato ad alta voce il mio pensiero: “bello eh, natura, silenzio… però questo scenario è un po’ ripetitivo… ci fossero almeno delle vetrine da guardare…”
  3. Ancora prima della fine del percorso di andata ho accusato i primi segni di cedimento da stanchezza, umiliata da combriccole di arzilli vecchietti che mi sorpassavano senza pietà e senza manifestare neanche una smorfia di sofferenza, anzi!
    Certo che essere reduci da una distorsione alla caviglia e avere due amici valdostani che praticano come sport l’arrampicata, non mi è stato di grande aiuto!

Dopo tutta questa fatica non finalizzata allo shopping, non potete neanche immaginare la fame!
Ritornati al punto di partenza ci siamo fermati a pranzo in un localino tipico con vista mozzafiato dove siamo stati deliziati dalla cucina valdostana.

A fine pranzo sulla strada Pila-Aosta un veloce scatto col panorama di Aosta direttamente dalla veranda della casa in ristrutturazione della mia amica Flò.

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E per finire… ho finalmente visto le mucche da vicino! Che ci crediate o no, avendo vissuto sempre dentro Milano, io non ho mai visto dal vivo la maggior parte degli animali.
Avevo espresso questo singolare desiderio di voler vedere le mucche e i miei amici, dapprima sorpresi e divertiti, hanno poi preso sul serio la mia richiesta e hanno fatto una sosta in salita ai limiti della sottrazione di decine di punti della patente per permettermi di vedere e fotografare questi bestioni sul ciglio della strada.

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Giusto il tempo di un the a casa della mia amica ed è stata ora di correre alla stazione per il viaggio della speranza di ritorno!
Il trauma maggiore è stato quello di lasciare quel bel fresco per ritrovare a Milano l’afa.

Sono felicissima di questo week end. Sono stata molto bene, complice ovviamente l’ospitalità e la gentilezza della mia amica Flò e della sua dolce metà che si sono prestati facendomi da guide turistiche, scarrozzandomi su e giù per la valle, sopportando i miei svarioni fisici, i miei limiti da milanese finto-fighetta e soprattutto sorbendosi tutti i miei stop fotografici.
Eh sì, ci ho dato dentro: tra foto da buttare e altre salvate, ho totalizzato 177 scatti!
Sono soprattutto felice di aver fatto pace con la montagna, anche se ho ancora tante difficoltà da superare in questo senso e anche se continuo a preferire il mare.
Inoltre un enorme thumbs up per i valdostani che si sono dimostrati dog friendly: il mio cane è stato infatti accettato ovunque, dai negozi, ai panettieri, ai ristoranti! Che lo facciano per interesse nei confronti dei turisti o per civiltà, non cambia il mio giudizio positivo: sono un passo avanti rispetto a quasi tutto il resto d’Italia e dimostrano che accogliere i cani non equivale ad avere locali anti-igenici.

In ultimo, non posso fare altro che ricordare quanto abbia apprezzato la cucina valdostana.
Ed è proprio perché me la sono goduta alla grande che non ho fatto un servizio fotografico alle pietanze.
Mi sento però di consigliarvi l’agriturismo dove abbiamo cenato a base di prodotti tipici e dove abbiamo gustato un risotto ai funghi e mirtilli (coltivati proprio da loro) divino!
Il tutto a poco meno di 30 euro a testa. Ristoratori milanesi, capito?
Vi lascio i riferimenti anche se, ve lo dico, non è facilmente raggiungibile se non siete del posto.

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“Moulin des Aravis”
Fraz. Savin, 55
11020 Pontboset
(Valle di Champorcher sulle sponde del torrente Ayasse)
AOSTA
Tel. 0125/809831 – 329/8013184
lemoulin@libero.it

Mi sento però di consigliarvi anche il Bar/Ristorante Yeti a Gressan, su a Pila. Sicuramente più facile da raggiungere e dallo stile meno ricercato. Un classico per chi torna affamato dalle piste da sci e può gustare un’ottima e ipercalorica polenta concia con la Fontina Valdostana. Ottima vista, ottimo servizio e c’è pure la piscina!

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Quindi, cara Valle D’Aosta, mi sei piaciuta e tornerò… e chissà che non sarà la volta buona per fare un giro alle terme di cui la mia amica Flò mi parla da sempre.