Premetto che, anche se dopo il concerto dei Bon Jovi ho definitivamente perso la ragione, questo non è diventato un blog dedicato solo a lui e alla band.

“We Were born to follow (inseguendo i Bon Jovi)” di Alessandro Gabrielli parla moltissimo dei Bon Jovi, ma non è fruibile solo dai fans, bensì da tutti.
Perché? Semplice: parla di una passione fortissima e del modo in cui si può viverla al massimo organizzando quasi interamente la vita in funzione di essa.

La passione in questo caso è quella per i Bon Jovi, ma potrebbe essere quella per un altro gruppo musicale o per un altro idolo, magari sportivo.

L’autore e voce narrante Sandro, classe 1974, romano trapiantato a Vercelli per amore, scopre per caso i Bon Jovi negli anni ’80 e da quel momento la sua vita cambia.
Dopo il primo concerto, quando era ancora un adolescente, inizia una vera e propria missione che lo vedrà seguire la band in ogni tour, ma non solo nelle tappe italiane, bensì in giro per l’Europa e anche oltre, con tanto di incursioni negli hotel e nelle auto dove viaggia la band, conquistando numerose foto e autografi coi “guys”.
Sandro è un poliziotto e non un ricco nullafacente, quindi fa mille sacrifici per potersi permettere i numerosi spostamenti per seguire la band, spesso dormendo in posti non esattamente di lusso.
E addirittura risparmia e spende fortune in aste online per accaparrarsi cimeli appartenuti alla band coi quali ha allestito un piccolo museo a casa sua.
Ad accompagnarlo in tutti questi viaggi, oltre a qualche amico di vecchia data (spesso si tratta di persone che neanche conoscevano Bon Jovi) e ad alcuni fan conosciuti su internet, c’è Giusi la compagna di Sandro, una santa donna che lo asseconda e lo segue pur non essendo fan. Ma non solo, lo sposa a New York e accetta di dedicare il loro viaggio di nozze ad un tour del New Jersey alla scoperta dei luoghi fondamentali della vita di ognuno dei componenti presenti e passati dei Bon Jovi.

Il libro quindi, oltre a raccontare la storia dei Bon Jovi attraverso i luoghi da cui sono partiti e tramite numerose analisi dei testi delle canzoni (a volte fin troppo tecniche, ma che mi hanno fatto venir voglia di prestare maggiore attenzione ai versi che sono tutt’altro che superficiali), recensioni e aneddoti legati alla discografia, è anche un racconto di viaggio. Ogni tappa del tour in una città diversa ha permesso a Sandro di fare il turista anche se per poche ore.
Questa è una delle cose che ho apprezzato maggiormente nel libro, in particolar modo la parte relativa al viaggio in New Jersey. Ha descritto dei luoghi legati ai Bon Jovi, ma anche a Bruce Springsteen che sicuramente non si trovano nelle guide turistiche tradizionali e che, per me che sogno di andarci da una vita, sono degli spunti molto interessanti.

Ovviamente poi, l’elemento apprezzabile è quello già indicato all’inizio della recensione come fulcro del libro, vale a dire la passione. Ammiro la volontà e la determinazione di Sandro anche se a mio modesto parere va troppo oltre, sembrando spesso più che una passione, un’ossessione. Anche io sono fan di e dei Bon Jovi, ma non potrei fare mai tutto quello che fa lui. Non per questo credo di amarli di meno. Semplicemente abbiamo un modo diverso di concepire l’amore per una band.

libro-Bon Jovi
Ma veniamo alle cose che non mi sono tanto piaciute… non me ne voglia l’autore, ma non posso esimermi.

La prima è senza dubbio l’abitudine dell’autore di chiamare i nomi geografici nella lingua di appartenenza, quindi se deve dire “sono stato a Berlino in Germania” lui dice “sono stato a Berlin in Deutchland”. E così pure quando Bucarest diventa Bucuresti, Norvegia diventa Norge ecc.
Ho trovato questa cosa assolutamente fuori luogo (credo sia l’unica persona nel globo terracqueo a usare questo stile) e leggendolo mi un po’ infastidito.

La seconda cosa che non ho apprezzato è la composizione dei capitoli. Ok che ognuno scrive come  vuole nel proprio libro, soprattutto se autoprodotto, ma per facilitare il lettore sarebbe stato più utile dare un senso logico ai capitoli. Un ordine cronologico principalmente o, comunque un filo condutture per far capire al lettore il perché di questi continui passaggi da un periodo ad un altro, in avanti e a ritroso. Invece i racconti sono messi un po’ alla rinfusa e spesso poi nella narrazione passa di palo in frasca raccontando aneddoti nel mezzo del racconto di altri episodi. E’ come se l’autore avesse scritto a ruota libera quello che gli veniva in mente, senza riordinare gli scritti. Poi per carità, il libro si legge comunque, eh.

La terza cosa che non ho apprezzato è il fatto che l’autore, forte del fatto che ogni giorno mangia pane e Bon Jovi, in alcuni passaggi sembra avere la presunzione di conoscere addirittura il modo di vedere la vita di Jon e la sua immedesimazione col leader del gruppo è talmente forte che il presunto pensiero di Jon è assolutamente in linea con quello dell’autore. Nella fattispecie mi riferisco ad una parte del libro in cui parla del rapporto con la religione di Jon, argomento talmente personale che dubito che Jon Bon Jovi ne abbia messo a conoscenza il mondo. Eppure Gabrielli esprime dei giudizi e anche piuttosto pesanti in merito. Ho apprezzato l’analisi che ne ha fatto, ma si tratta di sue ipotesi e non necessariamente la realtà, a meno che non esistano dichiarazioni ufficiali di JBJ che confermano questa tesi.

La quarta cosa che non ho gradito è stata l’abitudine dell’autore (celata da un’ironia poco divertente) a denigrare qualsiasi cantante o musicista che non sia un componente dei Bon Jovi. Io sono la prima ad amarli e a confessare di ascoltare poco altro, ma da lì a criticare il resto del panorama musicale mondiale, ce ne vuole. Soprattutto, pur non ascoltandoli tutti i giorni, mai nella vita mi permetterei di dire male di mostri sacri come Michael Jackson e Mina. Alessandro Gabrielli lo fa.

In ultimo, chi mi conosce sa quanto io sia amante dei cani. Ecco in un passaggio del libro, Gabrielli racconta di un tentativo fatto per ottenere dei pass per un concerto del pianista dei Bon Jovi dalle parti di Carrara. Senza ancora avere la certezza di ottenerli, parte ugualmente insieme alla moglie e al cane. Ecco cosa scrive: “Con noi viene anche Luna, il nostro cane, destinata ad aspettarci in macchina nel caso succeda il miracolo”. Il miracolo sarebbe il fatto di ottenere il pass per entrare.
Ho seriamente pensato di interrompere la lettura a pagina 157. Come si può pensare o anche scrivere per scherzo di lasciare un cane da solo chiuso in macchina (magari d’estate) per andare ad un concerto? Mi spiace Gabrielli, hai toppato! Non c’è Bon Jovi che tenga, il mio cane non lo ABBANDONO, perché di questo si tratta, MAI in macchina da solo, neanche cinque minuti per entrare in un negozio dove non lo vogliono… cambio negozio piuttosto o torno quando lui è al sicuro.

Nonostante i numerosi punti negativi espressi la lettura è stata comunque piacevole e le 311 pagine (versione cartacea e non ebook perché non ancora disponibile) sono volate in pochi giorni.
Inoltre, la metà degli incassi viene devoluta alla JBJ Soul Foundation e questo fa veramente onore all’autore.