(Immagine da Pinterest)

Ho sempre vissuto una relazione molto complicata coi mezzi pubblici.
Ai tempi delle superiori amavo i tragitti scuola-casa con l’autobus perché erano un modo per condividere dei momenti coi compagni di scuola e fare casino.
Ma soprattutto perché hanno posto fine a mesi e mesi di figure di merda quotidiane.
Dovete sapere che in quel periodo, credo fosse la prima o la seconda superiore (era intorno al 1992 quindi io avevo più o meno 14 anni) mio padre girava con un’ Alfetta 1.6 color azzurro.
Questa, per intenderci:

Alfetta
Alfetta-2
Foto prese qui.

Vi rendete conto? Credo che sia stata in produzione intorno al 1976. E lui si ostinava a venirmi a prendere a scuola tutti i giorni. Forse per farmi un favore o forse per tenermi d’occhio, non lo so, fatto stà che a nulla serviva pregarlo di non farlo o, quanto meno, di aspettarmi nella via laterale. Niente, già dal cortile vedevo l’Alfettone in pole position davanti alla scuola. A 14 anni il concetto di auto d’epoca non è contemplato.
Anche se tutti i torti non li avevo perchè quella macchina lì dava giusto un po’ nell’occhio e ricordava leggermente i film de Er Monnezza.
Per far capire a mio padre che potevo prendere i mezzi da sola ci è voluta una lunga opera di convincimento. Oggi, se lui fosse ancora qui, metterei la firma per farmi venire a prendere tutti i giorni al lavoro, anche con l’Alfettone.

Poi è arrivata la tanto attesa patente e sono entrata nel tunnel della macchina e, complici il lavoro con turni serali, le fermate dei mezzi non vicinissime, non l’ho più abbandonata per anni e anni.
Sono arrivata a toccare punte epiche di odio nei confronti dei mezzi pubblici tali per cui, fosse stato per me, sarei arrivata anche sotto al Duomo di Milano in macchina. Il culmine l’ho toccato circa tre anni fa, periodo in cui sui mezzi non ci salivo nemmeno sotto tortura. Ma questa è un’altra storia.
Unica eccezione l’aereo. Forse perché arrivare in certi posti paradisiaci è possibile solo volando o forse perchè amo anche solo gli aeroporti.

In tutto questo delirio il treno aveva trovato una collocazione particolare.
Infatti più che evocarmi l’Orient Express, io il treno l’ho principalmente associato ai viaggi della speranza che facevamo quando ero piccola con la famiglia per andare in Sicilia (o in Calabria) in vacanza. Niente lussi e carrozze ristorante, quando andava bene erano le cuccette!
Se si era in sei era l’ideale così si prendeva tutto lo scompartimento. Se invece rimaneva libero anche solo un posto, si sperava sempre che non venisse occupato da qualche energumeno puzzone, perchè si sa, in un viaggio di dieci ore d’estate si parte composti, ma prima o poi scatta il momento “mi tolgo le scarpe che non ce la faccio più anche se questi non li conosco”. E all’epoca non c’era neanche l’aria condizionata e al massimo potevi aprire i finestrini.
Una volta che uno si è tolto le scarpe, ha tacitamente instaurato un rapporto di intimità con chi sta attorno. Quindi non ci imbarazzava più all’ora di cena aprire la borsa frigo e allestire nello scompartimento un banchetto di tutto rispetto, tipico di noi gente del Nord da generazioni!
Qualche esempio? Panini con le cotolette come se piovesse, insalate di riso, frittate di pasta, affettati vari, frutta, merendine, bibite ad ettolitri. E poi si dormiva a turno per evitare di trovarsi al risveglio alleggeriti dei portafogli (furbizia che abbiamo acquisito col tempo, dopo essere stati ripuliti per bene in un precedente viaggio da qualcuno che probabilmente ci ha spruzzato uno spray per tenerci addormentati per un po’).
E per finire, la traversata dello Stretto di Messina col treno che sale sul traghetto.

Il treno è diventato poi un incubo in un periodo della mia vita particolare: quando lavoravo in agenzia di viaggi. Sì perchè ero principalmente l’addetta alle prenotazioni ferroviarie: momenti da brivido! Soprattutto in quel periodo intorno a Marzo (spero di non ricordare male) in cui Trenitalia apre le prenotazioni per i treni con le auto al seguito e in agenzia si formavano code chilometriche di anziani agguerriti disposti a tutto pur di accaparrarsi i loro posti per andare in Calabria/Sicilia con la macchina sul treno.

Da un anno a questa parte, complice il mio trasferimento in zona centrale di Milano, dove girare in macchina è da sadici, mi sono pian piano riabituata all’idea di utilizzare i mezzi pubblici.

Poi il week-end scorso sono andata ad Aosta come ho raccontato nel precedente post.
Tragitto:
MILANO-CHIVASSO
CHIVASSO-AOSTA
Entrambi con treni regionali, ergo carri bestiame. Pensavo di trovarli vuoti visto il periodo e la tratta, invece erano stracolmi di gente di ogni tipo: dalle due ragazze cinesi che hanno parlato ininterrottamente per un’ora e mezza con la loro voce piccante, alla strafiga dominicana con miniabitino stretch, tacco 12 e due figlie sotto i 6 anni al seguito e un controllore giovane e carino che ha fatto l’intera tratta avanti e indietro col solo e chiaro scopo di consumarla con gli occhi.
Ma soprattutto l’immancabile squadrone di scout. Non trovando posto sono rimasti in piedi in fila lungo i corridoi con quegli zaini che ci pagano l’occupazione al suolo pubblico talmente sono grossi. Ogni volta che si giravano per parlare con uno dietro, lo zaino dava mazzate ai passeggero seduto lato corridoio, tra cui ovviamente c’ero io.

Beh c’è anche la parte romantica, vale a dire il panorama delle montagne verdi degne di Heidi, man mano che ci avvicinavamo alla Valle D’Aosta, perchè poi diciamolo, il bello dei viaggi in treno è proprio questo: perdersi guardando fuori dal finestrino, magari con un’ottima musica in cuffia, estraniarsi da chi ci sta attorno e far viaggiare la mente prima ancora del corpo.

Quindi sì, oltre ad aver fatto pace con la montagna, sto rivalutando anche i mezzi pubblici. Da qui ad amarli ce ne vuole ancora, eh.