(Immagine dal web)

Una domenica qualsiasi. Casa mia, a pranzo, io e mia madre.
Esordisco, non senza bastardaggine, con una frase volutamente incomprensibile per lei (e sicuramente non solo per lei), ma con l’assoluta voglia di spiegare ogni dettaglio.

La Fra: “Sai che ho trovato un tutorial su Flickr per costruire una softbox artigianale spendendo al massimo 30 euro? Una professionale costerebbe molto di più”
(in corsivo le parole che mia madre non conosce. Ne sarebbe bastata una sola per rendere già la mia frase criptica)
Mamma: “????????”
La Fra: “Ti spiego, si tratta di una scatola per fare le foto… bla, bla, bla” (segue spiegazione dettagliata della softbox)
Mamma: (un minuto di silenzio con lo sguardo perso e poi…): “Io credo che tu dovresti uscire un po’ di più… passi troppo tempo da sola davanti a quel computer… l’ha detto anche la zia poco fa al telefono… lo dico per te… chiama qualche tua amica…”
La Fra: “:-/”

Ecco, sintetizzando mia madre mi ha dato della “nerd”.
Che poi io ambisco più ad essere una “geek” (altre due parole incomprensibili per mia madre, e non solo!), ammesso che il confine tra le due definizioni sia ancora così definito.
Voglio dire, poteva andarle molto peggio, ad esempio invece che nerd o geek potevo essere zoccola!
Inutile ripetermi spiegandole per l’ennesima volta che mantenermi aggiornata richiede tempo al computer, scrivere su un blog richiede tempo al computer, guardare film in lingua originale per migliorarne la conoscenza richiede tempo al computer.
Quanto alla zia citata nel dialogo, ecco lei è un po’ confusa: passa da momenti in cui pensa che il computer serva solo per guardare le foto e farsi gli affari degli altri su Facebook, ad altri in cui crede che equivalga alla sfera di cristallo. Ogni tanto mi chiama chiedendomi cose assurde concludendo con: “ma non puoi guardarlo sul computer?”… e chi sono, il Mago Otelma 2.0?

Poco dopo pranzo sono tornata in camera al pc e mia madre è arrivata per il secondo round.

Mamma: “Mi ero dimenticata… mi ha detto la zia (un’altra, ma ottantenne stavolta) che se fossi andata in vacanza in Calabria dove vanno loro, avresti sicuramente trovato un fidanzato. Quest’anno era pieno di bei ragazzi al villaggio!”
La Fra: “Ma ceeeerto, ne sono convita!”
Mamma: “Perché no? Beh, certo finchè stai sempre davanti al computer…”
La Fra: “Ma ancora?”
Mamma: “Ma sì dai, ma non puoi chiamare qualche amica o iscriverti a qualche corso? Uno sport… così socializzi e magari incontri qualcuno… è che tu sei difficile… non ti va bene niente…”
La Fra: “Mamma lo sai che io e lo sport non siamo compatibili, andare a fare figure di merda non aiuterebbe la socializzazione… Per me c’è solo la danza, ma non è ambiente per cercare marito… e quanto alle amiche, sai com’è, le mie coetanee sono quasi tutte o fidanzate/sposate con prole o disperate a caccia spietata. Le prime escono solo con altre donne passeggino-munite, le altre… preferisco evitare… E comunque la socializzazione a fini matrimoniali è molto difficile visto cosa c’è in giro.”
Mamma: “E al lavoro?”
La Fra: “Il lavoro deve restare lavoro. Meglio limitare le amicizie e le altre cose. Ho già preso troppe inculate in passato”
Mamma: (ci pensa un attimo): “Non c’è neanche un area cani nei paraggi altrimenti chissà che portando il cane a spasso non incontravi qualcuno…”
La Fra: “Ok, mamma. Mollami.”

Da questo dialogo si evince che anche mia madre è confusa. Non si capisce se l’intenzione di spingermi a fare nuove conoscenze sia finalizzata ad allargare la mia cerchia di amicizie o se la socializzazione nella sua testa sia solo il mezzo per arrivare ad un fidanzamento. Credo la seconda.
E che dire di mia zia che con le sue ottanta e passa primavere ha fatto un casting in mia assenza e a mia insaputa, decretando che c’era trippa per la gatta (io)?
Insomma, mentre io sono qui a farmi gli affari miei tra robe da geek e il pensiero che domani devo tornare al lavoro, un esercito di parenti non dorme la notte pensando alla mia ignobile condizione di single attempata.
Non ho scelto io di stare da sola, ma sta capitando, eppure sopravvivo lo stesso. Vorrei però tranquillizzare la mia famiglia dicendo loro che non si tratta di una malattia da curare a tutti i costi. O mi sbaglio?
Ad ogni modo, se spinta da questo pressing, dovessi iniziare a mostrare i tipici segnali della zitella disperata in cerca di qualsiasi cosa che somigli ad un maschio munito di rantolo simile ad un respiro, abbattetemi.
Per fortuna ora come ora piuttosto che uscire a caccia o attendere il principe azzurro guardando con aria ebete il soffitto, preferisco arricchire il mio cervello.
Zitella? Forse.
Ignorante “abbestia”? Anche no!