In questi giorni sta impazzando la “50 sfumature” mania. E’ infatti uscito nelle sale il film tratto dalla trilogia di libri “50 sfumature di grigio”.
Orde di donne di ogni età in una specie di 8 marzo anticipato, sono corse davanti al grande schermo per regalarsi un paio di d’ore di emozioni bollenti, sbavando davanti a Mr Grey.
Qualcuna si è addirittura fatta accompagnare dal compagno magari per trarre spunto e riportare nella propria camera da letto qualche porcata presente nel film.

Che prima abbiano letto i libri, che siano piaciuti o meno, fatto sta che moltissime donne sono andate a vederlo anche solo per curiosità.
Io sono rimasta coerente a me stessa: non mi hanno attirato i libri delle Sfumature e neanche il film, quindi non mi sono posta il problema se vederlo o meno.

Però mica potevo farmi mancare delle emozioni forti! Così molte sfumature le ho viste pure io, ma di altre cose.
Dopo aver festeggiato sabato sera in casa il compleanno di mia madre, il programma per la domenica era quello di rotolarsi sotto il piumone tutto il giorno.
Ma si sa, fare programmi spesso è il modo più semplice per fare tutt’altro.

Mi sono svegliata intorno alle 9:30 e nel giro di un’ora è successo la qualunque.

Innanzitutto riceviamo una telefonata che ci annuncia che un’amica di famiglia è stata ricoverata d’urgenza in un ospedale dall’altra parte di Milano. Mia madre, senza pensarci un attimo, si è preparata per andare a trovarla. La mia ipocondria mi impone di tenermi il più possibile lontano dagli ospedali, soprattutto quando si tratta di situazioni e reparti delicati, così decido di non andare.

Poco prima di uscire di casa mia madre inizia a non sentirsi bene. Accusa dolore alla pancia e nausea. Nel giro di dieci minuti finisce in bagno, tra l’altro vomitando l’impossibile. Ai sintomi gastrointestinali si aggiunge una fortissima orticaria ai piedi e lei che si gratta come un’ossessa. Scopro l’arcano: un’oretta prima aveva preso un antibiotico per la tosse che sicuramente ha fatto allergia. Lei, sempre stoica e pronta a minimizzare ogni malessere, stavolta capisce che si tratta di qualcosa da non sottovalutare e mi chiede di  chiamare l’ambulanza.

Così parte la corsa verso l’ospedale (che poi c’è poco da correre visto che ce l’abbiamo a poche centinaia di metri da casa), con mia madre tutto sommato tranquilla sulla lettiga, e io con la boccetta dei fiori di Bach stretta in mano, in preda all’ansia. Arriviamo al Pronto Soccorso e finiamo in sala d’attesa e mia madre su una carrozzina col vomitino inarrestabile, meno fastidioso solo dell’altrettanto inarrestabile prurito ai piedi che nel frattempo diventati rossi come un peperone e gonfi come due zampogne.

Finalmente tocca a noi, mia madre viene stesa sul lettino e le sparano in vena adrenalina, antistaminico e soluzione salina per contrastare lo shock anafilattico. Inizia a tremare come una foglia (pare sia una reazione normale) per un po’ e quando smette la portano in astanteria dove rimarrà in osservazione per 12 ore.

In tutto ciò, fatta eccezione per i venti minuti nel pomeriggio in cui sono tornata a casa per portare fuori il cane (vergognandomi come una ladra mentre attraversavo Corso Como conciata come una barbona, nel mezzo della folla di gente infighettata), sono rimasta per tutte le 13 ore insieme a mia madre.
Niente di eccezionale, se non fosse che, sempre per via della mia ipocondria e dell’ansia, solo la vista delle ambulanze e il suono delle sirene mi mettono in stato di agitazione (e pensare che mi ammazzo di serie tv a tema medical drama!). Quindi c’è mancato poco che ricoverassero me. Tra lo stato ansiogeno e il fatto che nella fretta sono uscita di casa con la maglia del pigiama di sopra, i capelli a Mocio Vileda e tipo quindici colori addosso, potevo sembrare davvero una che stava male.
Il lato positivo è che a vedermi in quel modo non c’era neanche l’ombra della fauna maschile del Grey & Sloan Memorial Hospital di Seattle! Ad un certo punto hanno chiamato il neurochirurgo e per un attimo mi sono messa sull’attenti per vedere com’era il Derek Sheperd de noartri… e poco dopo è arrivata una dottoressa che sembrava la sorella di Moira Orfei. Che amarezza!

Quando la situazione si è un minimo normalizzata e mia madre cominciava a riprendersi, ho avuto tanto tempo per guardarmi intorno e apprezzare le “50 (e anche più) sfumature di Pronto Soccorso”.

Uno spaccato variegato di umanità.

Nell’astanteria insieme a mia madre c’erano:
– una sciura con un turbante in testa alla Rachida. Secondo lei c’era troppa luce e, quando si è arresa al fatto che non l’avrebbero spenta su sua richiesta alle 14 del pomeriggio, si è calata la sciarpa sul viso per ricreare il buio;
– un signore anziano arrivato in Pronto Soccorso dopo una caduta sul tram. Se non si fosse addormentato per un paio d’ore, avrebbe battuto il record di scassamento di maroni indiscriminato nei confronti dei suoi parenti e di tutto il personale medico. Non gli andava bene niente e continuava ad avanzare ogni tipo di richieste. La moglie ha abbandonato l’ospedale in preda alla vergogna e allo sfinimento;
– un uomo sulla quarantina, ben vestito e pulito, arrivato in stanza accompagnato solo da un’infermiera. Non so cos’avesse, ma ha dormito tutto il tempo. Poco dopo ho appreso che dalle infermiere che gli hanno portato un paio di bottigliette d’acqua, che aveva comunicato loro che non sarebbe venuto nessuno per lui perché è da solo (al mondo). Un momento di tristezza infinita. Ho pensato che se puoi abituarti alla solitudine nel quotidiano, magari anche pranzare al ristorante o viaggiare da solo, essere in un letto d’ospedale senza la vicinanza e il conforto di nessuna faccia amica, deve essere terribile.

Nei corridoi del Pronto Soccorso, tutto intorno all’astanteria invece:
– un paio di ragazzi maghrebini reduci da una rissa che, oltre ad avere avuto il supporto di un medico e due infermieri, erano circondati da tre vigili urbani intenti a ricostruire i fatti. Giusto per fare un rapido conteggio di quante risorse pagate attraverso le nostre tasse vengono impiegate per problematiche che si potrebbero evitare;
– un’intera tribù rom che accompagnava una donna di cui ignoro il motivo dell’arrivo al Pronto Soccorso;
– una “mamma coraggio” insieme al figlio trentenne, alcolista, habitué del Pronto Soccorso. Stavolta mentre era in casa ubriaco come di consueto, cadendo si è rotto il mento. La madre con una pacatezza e una dignità esemplari, tentava di fargli capire i suoi errori e cercava di trattenerlo visto che lui voleva andarsene senza neanche farsi medicare. Posso provare ad immaginare la difficoltà del trovarsi al posto di quella madre, il non sapere come gestire un figlio disagiato come quello e l’immancabile senso di colpa che probabilmente la spingerà a chiedersi di frequente “Dove ho sbagliato?”. O anche “Perché a me?”. 
Forse anche il figlio ha alle spalle delle sofferenze, ma il suo continuo inveire contro sua madre e la violenza dei suoi gesti, mi hanno impedito di provare pena per lui.

Tutto questo per dire che tante volte diamo per scontata la fatica e la pazienza di persone come quelle che lavorano in Pronto Soccorso. Io, per esempio, avrei bisogno di un lungo lavoro su me stessa per fare pace seriamente coi miei simili, prima di poter stare quotidianamente a contatto con tutte queste sfumature di umanità.

La standing ovation va sicuramente alla giovane e gentilissima dottoressa di guardia che ha visitato mia madre all’arrivo in Pronto Soccorso e che poi a fine turno è tornata a controllare come andava. In secondo luogo ad un’infermiera, anche lei gentilissima, che ha fatto avanti e indietro per oltre dieci ore. Alla fine del turno, mistero irrisolto, era ancora fresca, truccata e pettinata, come appena arrivata.
Io al contrario, ero arrivata messa male, sono uscita dopo 13 ore, peggio.