Devo aver già detto da queste parti che io amo i blog (embé, altrimenti mica sarei a scriverei qui!).
Si tratta di uno strumento dalle mille potenzialità che, essendo aperto a tutti, se ne fa un uso eccessivo, non sempre buono e spesso inutile. Io sono una che fa tutte e tre le cose, per dire.
Resta il fatto che la blogosfera mi piace da morire. Non solo sono una che ha aperto compulsivamente blog (la maggior parte dei quali sono -per vostra fortuna- oscurati al web e restano dei miei eterni work in progress), ma anche una che potrebbe passare giornate intere a leggere quelli degli altri.

All’inizio nelle mie grazie c’erano solo i food blog, per ovvi motivi di appartenenza alla categoria delle “scieffe” con la mania della fotografia dei piatti e della condivisione online. Snobbavo tutto il resto, soprattutto i blog personali perchè trovavo noioso e a tratti inopportuno parlare dei fatti propri in rete, anche per questo avevo chiuso il mio blog personale aperto diversi anni prima. Evidentemente non avevo trovato i blog giusti da leggere. Infatti quando li ho trovati sono tornata ad averne uno pure io, questo. Perché cambiare idea è sintomo di intelligenza. Dicono.
Ma il top è stato iniziare a seguire alcuni mommy blog. Che vista la mia condizione, c’entrano con me come un sito che parla di golf (lo sport, care fashion blogger, non il capo di abbigliamento!), vale a dire di una cosa che mi piacerebbe fare, ma che al momento non è, purtroppo, in programma.

Ma nei giorni scorsi mi si è aperta una nuova frontiera. Proprio leggendo i commenti ad un post di uno dei mommy blog più famosi (e tra i più seguiti da un pubblico eterogeneo proprio perchè non parla solo di pannolini e vita da genitore) ho cliccato sul nick della persona che ne aveva scritto uno che mi aveva colpito e mi sono trovata sul suo blog.
Vi dico solo che si chiama “Matrigna part-time” e la blogger (anche se lei non ama definirsi così) è una quarantenne che non si è mai sposata, non ha mai procreato e che è fidanzata con un uomo separato con due figli adolescenti. Racconta la sua quotidianità con grande schiettezza ed ironia, nonostante le molte sfighe, il che la rende assolutamente affine alla sottoscritta, a parte per la situazione sentimentale visto che non ho un fidanzato, nè con, nè senza prole al seguito.
Il suo spaccato di vita è raccontato così bene che quasi mi sembra di conoscerla e non solo. Ogni tanto mi sembra pure che non sia tutta sta tragedia non essere sposata e fare la matrigna quando capita.
Grazie a Matrigna part-time ho scoperto che anche noi blogger senza figli rientriamo in una categoria ufficiale che, guarda un po’, si chiama “child-free“.

Parliamone.
Primo impatto: wow che figata, adesso posso anch’io dire di essere una qualcosa blogger!
Nella fattispecie una child-free blogger, visto che le altre sono mommy blogger, fashion blogger, travel blogger, food blogger (che un po’ lo sono pure io), beauty blogger (forse in futuro), perchè per un blog personale non esiste un nome figo e in inglese. Personal blogger sembra un surrogato del personal shopper, quindi potrebbe essere frainteso con uno che ti aiuta a creare un blog. In realtà molte di quelle che hanno un blog personale, amano definirsi “Lifestyle blogger” e questo ammetto che fa veramente fighissimo, anche se è un po’ impegnativo come nome e sicuramente va oltre la mera manicata di fatti propri.
Ma che genialata un nome che rispecchia la situazione procreativa! Che poi è calzante visto che ne parlo spesso della mia condizione di single non mamma (e non per scelta mia). E allora perchè non eccedere con lo zelo e creare una sottocategoria: le single & child free blogger? Una figata pazzesca. Credici.

Per dirla tutta, va bene che in inglese suona tutto meglio (ricordate quando vi parlavo di trombamici che in inglese sono elegantemente chiamati “friends with benefits“?), ma se l’inglese un po’ lo sai capisci subito che non è una definizione edificante.
In inglese infatti la parola “free” vuol dire “libero” o “senza” a seconda del contesto. Anche chi non conosce l’inglese si sarà imbattuto qualche volta al supermercato, magari su una confezione di caramelle, nella parola “sugar free” che indica un alimento “senza zucchero”.
Ecco, l’idea di far parte di una categoria che ha nel nome la parola “free” non mi piace tantissimo. Forse perché invece di pensare alla traduzione ottimista “free” = “libero” e quindi tutto il buono che il concetto di libertà può evocare, io penso subito a“free = senza”, quindi una mancanza, qualcosa che fa di me e delle donne di questa categoria delle femmine menomate, a cui manca qualcosa.

Per cui, è sicuramente meglio essere definita child free che zoccola, per intenderci, ma non é comunque tutta ‘sta figata.