(immagine dal web)

“Antigua, vida mia” (Marcela Serrano)

–> Attenzione! Light Spoiler!!!

Il libro narra la vita di due donne legate da una profonda amicizia sin dall’infanzia.
Josefa (che è l’io narrante), cantante di successo e Violeta, architetto. Entrambe cilene, cresciute insieme, hanno intrapreso vite differenti dalle quali però vogliono fuggire per ritrovare loro stesse.
La scrittura alterna la narrazione di Josefa a passi dei diari scritti negli anni da Violeta.
Gli uomini di Josefa e di Violeta sembrano inizialmente affascinanti, ma alla fine si rivelano differenti. Traditore l’Andres di Josefa e violento l’Eduardo di Violeta.
La prima a fuggire sarà Violeta, dopo essere ricorsa all’omicidio per liberarsi del marito e delle sue percosse.

 

Antigua-vida-mia

(Immagine di Pedro Szekely)

Troverà rifugio ad Antigua, in Guatemala, dove nascerà il suo secondo figlio e inizierà la sua seconda vita.
In un paese lontano dalla corruzione reale e dei sentimenti del Cile, dove la bellezza della natura e la purezza della gente forniscono a Violeta tutte le risposte di cui aveva bisogno e qui, nella sua grande casa dove da architetto diventa tessitrice di tappeti, decide di rimanere.
Ma Antigua sarà anche il luogo dove Josefa, fuggita temporaneamente da un successo che la soffocava e da un marito che lei sospetta essere infedele, potrà ritrovare la pace, l’ispirazione per tornare a cantare e la forza per tornare alla sua vita cilena.
Questo cambiamento avverrà grazie alla sua amica di sempre e ad un amore breve, ma intenso con Javier, amico di Violeta.

Marcela Serrano, come molte altre scrittrici latinoamericane, mette al centro delle sue storie le donne e ne disegna i tratti in maniera attenta e precisa.
E, come ad esempio succede quando si legge Isabel Allende, si finisce per ricordare a lungo le straordinarie donne descritte.

Citazioni:

– Una donna è la storia delle sue azioni e dei suoi pensieri, di cellule e neuroni, di ferite e di entusiasmi, di amori e disamori. Una donna è inevitabilmente la storia del suo ventre, dei semi che vi si fecondarono, o che non furono fecondati, o che smisero di esserlo, e del momento, irripetibile, in cui si trasforma in una dea. Una donna è la storia di piccolezze, banalità, incombenze quotidiane, è la somma del non detto. Una donna è sempre la storia di molti uomini. Una donna è la storia del suo paese, della sua gente. Ed è la storia delle sue radici e della sua origine, di tutte le donne che furono nutrite da altre che le precedettero affinché lei potesse nascere: una donna è la storia del suo sangue. Ma è anche la storia di una coscienza e delle sue lotte interiori.
Una donna è la storia di un’utopia.

– Ho pensato che la capacità di recupero delle donne sia unica. La riproduzione delle loro cellule è migliore persino di quella dei serpenti e – inutile dirlo – degli uomini.

– Spesso gli uomini considerano il loro corpo di troppo, fatta eccezione per il momento preciso in cui cercano di farlo sfogare. Non sono in grado di vivere la passione, se non in piccole, striminzite dosi. Nonostante questi limiti, ne escono impauriti ed esausti: per questo si addormentano. La fusione è troppo per loro. I nostri corpi non sono altro che un momento di riposo lungo la strada, una sosta tra un “prima” importante e un “dopo” ancora più importante. Noi donne mettiamo in pratica l’attitudine concreta, a metà tra arte e potere, di tenerli ancorati alla realtà. Qui sta il problema: siamo considerate fonti di riposo arcinote e troppo frequentate. Consuete e quotidiane. Riposo auspicante fusione? Devo guardare avanti, pensa l’uomo, devo proiettarmi verso le cose importanti da fare (queste cose non coincidono mai con le emozioni): il grande romanzo, la politica, i soldi, attività diverse e in fin dei conti identiche. Non ha importanza verso dove, ciò che conta è correre avanti.

– La passione vissuta sempre come progetto a tempo determinato, soltanto come intermezzo nel flusso di ciò che conta… che non siamo mai noi, che è solo un altrove nel mondo. I nostri corpi e le nostre esigenze restano indietro, sono superflui.

– Per mantenerci all’altezza dell’immagine di donne nuove, finirà che ci andrà in tilt il cervello. Oltre a mandare avanti la casa, partorire e crescere i figli, lavorare (per autofinanziarci!) e – si spera – nutrire anche lo spirito, dobbiamo essere brillanti e sessualmente competitive… E non basta, dobbiamo altresì offrire al nostro compagno l’opportunità di sentirsi qualcosa di diverso da “colui che mantiene la famiglia” – tra parentesi,  a prescindere da come si possa sentire a questo proposito, oggettivamente ormai non è più l’uomo che mantiene la famiglia -, in altre parole dobbiamo lasciare spazio alla sua componente affettiva. Spianiamo la strada per il nuovo io degli uomini e sprechiamo energie per far sì che se lo creino, quando sappiamo benissimo che ricade su di noi, esclusivamente su di noi, la responsabilità dell’intera vita affettiva. La sfera dei sentimenti, in famiglia come in tutti gli altri contesti, ricade ancora al cento per cento sulle nostre spalle oberate.

– Noi donne siamo nate – o siamo state educate così? – attente a tutto quello che accade agli altri, ma assai poco a ciò che ci riguarda in prima persona. Nel linguaggio del non detto, viviamo protese verso “l’altro finale”: la maternità. I figli maschi non si accorgono di nulla, loro giocano a pallone; le figlie femmine, invece, si preoccupano perché il viso della mamma è segnato dalla tristezza: da sempre sanno riconoscere le espressioni della tristezza.

– Le donne non si rendono conto che la loro creatività nasce dalle piccole cose, dagli eventi fortuiti. I momenti di ispirazione sono brevi sprazzi di luce nella tenebra quotidiana. Mai l’illuminazione grandiosa, sublime, totale. A piccoli passi, tra continue interruzioni, inframmezzata da piccolezze, come le lore di tutti i giorni: questa è la creatività delle donne. Non le si dà credito, non le si dà grande importanza. Come un arazzo, una coperta di patchwork, le idee creative delle donne sono messe insieme a una a una nell’illusione di costruire un tutto che abbia significato: ogni pezzo, una goccia di luce rubata all’impegno della vita angusta, invisibile, silente.

Citazioni nelle citazioni:

– Ogni lusso che ci si concede si deve pagare e tutto è un lusso, a cominciare dallo stare al mondo.
(Cesare Pavese)